I. CONTRIBUTI

 

Valeria Auletta nata a Roma nel 1990 ha studiato presso l’università di Roma La Sapienza conseguendo nel 2013 la laurea triennale in Filosofia con una tesi dal titolo Heidegger: la necessità storica del possibile (relatore il prof. Paolo Vinci docente di Filosofia Pratica). Nel 2016 ha conseguito presso la stessa facoltà, la laurea magistrale ottenendo il massimo dei voti con una tesi dal titolo Karl Löwith: la natura del Tutto. Prospettive darwiniane e neuroscientifiche dell’antropologia cosmologica (relatore il prof. Paolo Vinci, correlatore il prof. Nunzio Allocca docente di Storia della scienza e delle tecniche).

domenica 18 dicembre 2016

 

Coscienza e materialismo.

L’antropologia cosmologica di Karl Löwith e le neuroscienze.

 

di Valeria Auletta

 

La specificità della riflessione filosofica di Karl Löwith non può essere compresa pienamente soffermandosi solo sul lavoro critico-decostruttivo compiuto dall’autore sulla storia del pensiero occidentale. La più importante eredità del pensiero löwithiano possiede invece una forte componente costruttiva la quale consiste nel progetto di una reimpostazione dei problemi filosofici in una prospettiva naturalistica.

 

Il naturalismo rappresenta invero il coerente risultato e il mezzo per rilanciare proprio quell’atteggiamento scettico che rappresenta il motore critico della filosofia löwithiana. Non a caso, il pensiero naturalistico proposto da Löwith assume un significato contrastivo nei confronti della specifica tendenza della filosofia moderna ad assumere istanze teologiche appartenenti al pensiero religioso in una forma secolarizzata. Il legame decisivo che si è concretizzato nel corso della storia tra filosofia e religione giudeocristiana rappresenta, per Löwith, la premessa necessaria alla moderna riduzione del mondo al mondo umano. Attraverso le sue varie forme di filosofia della storia, storicismo, esistenzialismo, soggettivismo, idealismo e trascendentalismo infatti, nel pensiero moderno l’uomo viene ad assumere una centralità ed autonomia indiscussa, lontana sia dalla visione cosmoteologica greca (centrata sul mondo) sia da quella antropoteologica cristiana (centrata su Dio).

 

Proprio in senso antimoderno e antiteologico, la proposta löwithiana consiste in una ripresa dell’antica visione greca della natura come physis, un radicale ribilanciamento dell’indagine filosofica a partire dal mondo della natura considerato come un tutto autonomo e autosufficiente, anziché come creato dalla volontà di un Dio secondo la visione creazionista, o ordinato dall’intelletto umano secondo le varie forme di idealismo e soggettivismo moderno[1].

 

Attuare un tale spostamento d’attenzione dal mondo umano al mondo naturale comporta però, in prima istanza, la necessità di elaborare ciò che Löwith chiama una fondazione cosmologica dell’antropologia, ossia sviluppare la possibilità di comprendere l’uomo a partire dal cosmo premettendo la sua appartenenza e dipendenza da esso[2].

 

Löwith fa tuttavia presente che «[…] del mondo della natura sarebbe possibile parlare in maniera sensata – ovvero non dilettantistica o semimitica o semipoetica – a patto però […] di possedere le necessarie conoscenze nel campo della scienza naturale»[3]. In altri termini diventa necessario per una filosofia naturalistica, aprirsi ad un confronto costruttivo con il pensiero scientifico (non da ultimo anche nella prospettiva di sciogliere il forte legame storico che la filosofia possiede con la religione attuando un dialogo che si muova a partire da un pensiero razionalmente scettico anziché dalle certezze dogmatiche della fede). È in questo specifico senso che assume una sua legittimità la possibilità di sviluppare il naturalismo filosofico löwithiano, e in particolare la sua antropologia cosmologica, attraverso l’utilizzo del pensiero darwiniano e le sue recenti elaborazioni nel campo delle neuroscienze.

 

Elaborando empiricamente e scetticamente la sua complessa visione del mondo naturale, Darwin ha infatti gettato le basi per un pensiero radicalmente distante da qualsiasi forma di creazionismo e quindi di intromissione di questioni teologiche nell’ambito della riflessione sul mondo. Proprio come per Löwith anche per Darwin la natura va compresa solo a partire da se stessa, nella sua autonomia da qualsiasi principio trascendente; essa non è altro che «l'azione combinata e il risultato di numerose leggi naturali e per le leggi la sequenza di fatti da noi accertati»[4]. Il mondo darwiniano consiste in una totalità materiale e non meccanicistica, poiché vitale, a cui appartengono e tra loro si armonizzano le sue diverse parti reciprocamente intrecciate attraverso l’unica grande legge della natura: la legge della correlazione. In modo non dissimile così si esprime Löwith a proposito della totalità che costituisce il cosmo

 

Il nesso che tiene unito ogni singolo elemento e tutto il diverso, facendone un tutto unitario, può essere soltanto un ordine, nel quale ogni cosa è coordinata ad un’altra. La terra, l’atmosfera terrestre e le irradiazioni cosmiche non sono soltanto condizioni di vita esterne […] ma gli esseri viventi terrestri formano insieme alla terra animata una unità vitale di ordine superiore, un’unità che si articola come un sistema di reciproco coordinamento[5].

 

Il naturalismo darwiniano postula un legame fondamentale tra l’individuo e il suo ambiente ricercando in questa reciproca interrelazione (in cui sfumano le differenze tra l’organico e l’inorganico) la base per comprendere la struttura e il comportamento di qualsiasi forma di vita messo in atto dagli esseri viventi. Quello darwiniano può essere considerato un materialismo radicale in quanto arriva a proporre la domanda fondamentale: «Perché non si può dire che il pensiero, le percezioni, la volontà, la coscienza, la memoria, ecc. hanno la stessa relazione con un corpo vivente (specialmente con le sua parti cerebrali) come quella che l’attrazione ha con la materia ordinaria?»[6]. Proprio tale materialismo può fungere da base per la fondazione cosmologica dell’antropologia: l’uomo darwiniano non solo è assolutamente naturale ma, al pari di ogni specie, indissolubilmente legato all’ambiente naturale che abita, un ambiente che lo determina tanto nella sua organizzazione organica, quanto nei suoi processi mentali – entrambi meccanismi egualmente dipendenti da un’unica fondamentale necessità naturale: quella della sopravvivenza.

 

Le moderne neuroscienze, avvalendosi di una prospettiva darwiniana, portano avanti le loro ricerche con l’obiettivo di comprendere la mente umana attraverso lo studio della sua materia (il cervello e i neuroni che lo costituiscono). In questa direzione di studi si inserisce il lavoro del neuroscienziato portoghese Antonio Damasio il quale, nel suo ultimo libro (Il sé viene alla mente), ha compiuto il tentativo di sciogliere una della questioni più complicate che un’antropologia naturalizzata e materialistica si trova a dover fronteggiare: il problema della coscienza.

 

Affrontare il problema della coscienza significa invero, confrontarsi con la più imponente obiezione al pensiero naturalistico; è proprio a questo raffinato processo della nostra mente che può infatti essere ricondotta l’intuizione cartesiana dualistica che separa la realtà in pensiero e materia arrivando conseguentemente a postulare una distinzione in via di principio tra uomo e mondo. Come Damasio suggerisce:

 

Contemplata dall’alto, la mente acquista uno status speciale, discontinuo rispetto al resto dell’organismo a cui appartiene. Vista da questa prospettiva, essa sembra non soltanto molto complessa – cosa che certamente è –, ma anche qualitativamente diversa dalle strutture e dalle funzioni biologiche dell’organismo che la possiede. […] Il fatto di considerare la mente come un fenomeno fisico discontinuo rispetto alla biologia che la crea e la sostiene è responsabile del nostro averla collocata al di fuori delle leggi della fisica […][7].

 

Anche Löwith sottolinea l’intrinseca contraddizione che costituisce l’uomo, essere a cui è tanto naturale l’artificio che la sua natura appare «snaturata rispetto alla natura naturans»[8]. L’ineliminabile discontinuità che l’uomo percepisce rispetto al mondo non può essere rinnegata, poiché proprio quest’ultima costituisce un tratto fondamentale della natura umana. Ciò non significa tuttavia che tale contraddizione fondamentale non possa essere compresa in termini naturalistici anzi, la possibilità di un naturalismo non riduzionistico dipende proprio dalla riuscita di tale tentativo antropologico.

 

Per stabilire se la coscienza possa davvero considerarsi un processo distinto dalla biologia, Damasio propone di retrocedere darwinianamente al passato evolutivo della nostra specie, fino a quelle forme di vita elementare da cui discendiamo biologicamente ma che non posseggono una coscienza. Le cellule eucariote apparse sulla terra circa 3,5 miliardi di anni fa sono organismi unicellulari molto semplici e costituiscono l’antenato comune a tutte le specie viventi esistenti sul nostro pianeta. Nonostante sia impossibile riconoscere in tali microrganismi una qualche forma di coscienza Damasio non esita ad attribuirgli una volontà, inconsapevole ma radicale, che si manifesta nei loro comportamenti biologici incontrovertibilmente indirizzati allo scopo di sopravvivere.

 

[…] molto prima di possedere una mente gli esseri viventi presentavano già comportamenti efficienti e adattivi che ricordano in tutto e per tutto quelli che emergono nelle creature dotate di mente e coscienza. Nel loro caso, però, quei comportamenti non potevano essere indotti dalla mente e meno che mai dalla coscienza. In breve non è vero soltanto che i processi consci e inconsci coesistono: è vero anche che i progressi inconsci importanti ai fini del mantenimento della vita possono esistere senza essere accompagnati da processi coscienti»[9]

 

In altri termini la «realtà implausibile» ma molto spinoziana della vita consiste in questo: non è con l’apparire della coscienza che emerge il desiderio e l’impulso alla sopravvivenza e al suo mantenimento; al contrario «la volontà – alla sopravvivenza –, insieme a tutto quanto è necessario per realizzarla, precede sia la conoscenza esplicita delle condizioni di vita, sia la riflessione – cosciente – relativa a esse»[10].

 

«Di solito cadiamo nella trappola di pensare che gli atteggiamenti, le intenzioni e le strategie alla base delle nostre sofisticate modalità di gestione dei processi vitali scaturiscano dal nostro grande cervello e dalla nostra mente complessa, dotata di coscienza. […] La realtà, però, è che la mente cosciente si è limitata a rendere conoscibile il fondamentale know-how [saper-come] di quei processi [che consentono il suo mantenimento][11].

 

Tale prospettiva non permette solo di ricondurre la coscienza alla sua origine biologica, ma apre la strada alla comprensione naturalistica dei suoi complessi processi, inquadrando nella necessità naturale della sopravvivenza il significato biologico del loro emergere. La coscienza può essere considerata uno dei risultati del lungo processo naturale, che ha condotto esseri viventi semplicissimi ad evolversi in molteplici direzioni al fine di adattarsi a situazioni ed ambienti sempre più complessi. D’altronde sopravvivere non è mai stato semplice, anche la vita di una piccolissima cellula dipende da severe condizioni interne ed esterne al di fuori delle quali il suo organismo perisce (ad una temperatura troppo alta o troppo bassa la cellula muore, così come se l’ambiente che la circonda ha un’acidità non sopportabile o se da esso l’organismo non riesce a trarre il nutrimento necessario per ottenere energia). La «vita impone che l’organismo conservi ad ogni costo, nel proprio dinamico paesaggio interno, letteralmente decine e decine di parametri entro i loro relativi intervalli»[12]. C. Bernard per primo ha posto attenzione sulla necessità del mantenimento di una stabilità interna all’organismo ai fini della sopravvivenza, definendo efficacemente milieu intérieur l’ambiente interno di un organismo, il «brodo chimico in cui la lotta per la vita, per quanto inaccessibile alla vista, ha ininterrottamente luogo»[13]. Sulla base di questo concetto W. B. Cannon definisce omeostasi l’insieme dei processi, costantemente in atto, che sottendono al mantenimento dell’equilibrio interno compatibile con la sopravvivenza dell’organismo. «Tutte le operazioni di gestione […] – procurarsi le fonti di energia, incorporare e trasformare i prodotti energetici, eccetera [ossia trovare un ambiente con una temperatura ed un ph adeguato] – mirano a mantenere i parametri chimici dell’organismo (il milieu interno) entro quell’intervallo magico, compatibile con la vita, detto omeostatico; il processo grazie al quale si raggiunge questo equilibrio è detto omeostasi»[14]. In effetti, nota Damasio, per trovare le radici dell’intenzione omeostatica non basta fermarsi alle cellule, ma occorre risalire ai loro centri di comando, i geni, posti all’interno del nucleo e composti di semplici molecole di DNA e RNA. «L’intenzione omeostatica può sorgere da quei semplici livelli e può perfino essere legata ai processi fisici elementari che governano le interazioni fra le molecole – per esempio, le forze con cui due molecole si attraggono, si respingono, o si combinano, in modo costruttivo o distruttivo»[15]. In questo modo la spinta alla sopravvivenza trova il suo spazio al livello fisico-materiale. Ricondurre ai processi fisici delle molecole l’intenzione omeostatica, significa infatti riconoscere l’origine materiale e inorganica dei processi che presiedono lo sviluppo della vita organica.

 

I geni, oltre a costituire la radice dell’intenzione omeostatica, forniscono all’individuo le istruzioni fondamentali che consentono la regolazione dei processi vitali. La conservazione della vita richiede infatti lo sviluppo di meccanismi estremamente raffinati, come l’enterocezione che permette alla cellula di monitorare il suo milieu intérieur al fine di identificare e correggere eventuali squilibri ma anche l’esterocezione la quale consente all’organismo di controllare attraverso i sensi l’ambiente esterno e muoversi al suo interno a seconda delle circostanze nocive o favorevoli. Eppure una volta messe insieme queste proprietà (enterocezione, esterocezione e movimento), la sopravvivenza non è ancora garantita. Decisivo, spiega Damasio, fu l’acquisizione di protocolli di reazione, che possono essere definiti come «un insieme di regole estremamente semplici, in base alle quali prendere la ‘decisione di muoversi’ quando sono soddisfatte alcune particolari condizioni [rilevate internamente ed esternamente]»[16]. Questi protocolli di reazione, inscritti nei geni, rappresentano il saper come comportarsi (know-how) di un organismo in una determinata situazione: «in presenza di X fai Y»[17]. Affinché un protocollo venga realizzato in modo efficace occorre un meccanismo di incentivazione che dispensi “ricompense” o “punizioni”, a seconda della corretta o inadeguata esecuzione di una determinata reazione rispetto ad uno stimolo.

 

Diventa a questo punto legittimo domandarsi se davvero i raffinati processi che costituiscono la mente e la coscienza umana possono essere ricondotti a questi elementari meccanismi biologici. La struttura della cellula eucariota deriva dalla cooperazione di batteri i quali trovarono vantaggioso rinunciare «al loro status indipendente per essere parte di un nuovo, conveniente aggregato»[18]. Diversi tipi di batteri si specializzarono assolvendo differenti funzioni, necessarie alla sopravvivenza della singola unità cellulare. Allo stesso modo gli organismi più complessi come il nostro, sono composti da miliardi di cellule che, organizzate in tessuti, svolgono ruoli funzionali diversi per garantire la sopravvivenza dell’insieme. «La meraviglia sta nel fatto che ciascuno dei nostri organismi pluricellulari è assemblato seguendo la stessa strategia fondamentale […]»[19]. L’unica differenza tra la vita unicellulare e quella pluricellulare sta nell’ordine della complessità: «il governo del sistema – di un organismo di grandi dimensioni – è altamente decentralizzato» (a differenza delle singole cellule che «devono badare a se stesse per ogni necessità»[20]) e pertanto risulta necessario un meccanismo che sia in grado di coordinare questa molteplicità. Negli organismi dotati di un sistema nervoso questa funzione viene svolta dai neuroni, cellule molto speciali poiché posseggono la capacità di influenzare altre cellule. I neuroni «esistono a vantaggio di tutte le altre cellule dell’organismo»[21] in quanto ricevono costantemente segnali da tutte le cellule del corpo e rispondono ad essi liberando ad esempio delle sostante chimiche nell’organismo oppure, promuovendo il movimento. Ricevendo e coordinando in ogni momento l’insieme delle informazioni provenienti dalle cellule che compongono il corpo, la fitta rete neuronale che costituisce il cervello di un individuo assume il ruolo di una sorta di rappresentante del corpo. La conseguenza di tale organizzazione consiste nel fatto che tale rappresentazione neuronale arriva a sostituirsi alle miriadi di voci delle cellule che rappresenta, minando la molteplicità che costituisce, come vivente, ogni singola parte del corpo, in funzione del tutto. In altri termini le miliardi di singole volontà si dissolvono nella loro rappresentazione al livello cerebrale.

 

Nel cervello sofisticato delle creature complesse […] le reti di neuroni finiscono per minare la struttura di alcune parti del corpo a cui appartengono. Finiscono cioè con il rappresentare lo stato del corpo per il quale lavorano, mappandolo – in senso letterale – e costituendone una sorta di surrogato virtuale, un doppio neurale[22].

 

La possibilità del cervello di rappresentare stati del corpo attraverso la rete neuronale costituisce l’evoluzione delle antiche proprietà enterocettive e esterocettive delle cellule; tale meccanismo comporta un notevole vantaggio ai fini della sopravvivenza e un fondamentale passo evolutivo verso l’acquisizione di una coscienza estesa come quella umana.

 

Che i neuroni rappresentino il corpo, significa che sono ad esso legati in modo essenziale e che è esso a costituire il riferimento fondamentale a partire da cui si organizzano i loro processi. Le informazioni provenienti dal corpo vengono elaborate a livello cerebrale sottoforma di mappe. Con mappa si intende una configurazione neuronale che si origina dall’attivazione simultanea di un insieme di neuroni sullo sfondo di altri inattivi. Queste mappe si producono nel cervello quando l’organismo interagisce con un oggetto. Al livello mentale una mappa neuronale viene esperita come un’immagine (un ricordo, una percezione dei sensi, un sentimento ecc…). La nostra percezione complessa di un oggetto deriva dai molteplici impulsi sensoriali che arrivano al cervello e ricompongono in un’unità i disparati segnali provenienti dal corpo. Ciò che il cervello mappa, momento per momento, sono stati del corpo. «Il cervello umano è un cartografo nato e la cartografia iniziò con la mappatura del corpo all’interno del quale esso è collocato»[23].

 

Damasio suddivide in tre sottogruppi fondamentali le mappe create nel cervello. Le mappe enterocettive le quali hanno per oggetto i parametri del milieu intérieur, le mappe propriocettive le quali si riferiscono a specifiche componenti del corpo ed infine le mappe esterocettive le quali configurano qualsiasi oggetto esterno che impegni i sensi.

 

Il rapporto tra mente e corpo tuttavia non ha un senso unico: gli stati corporei costituiscono l’oggetto mappato dalle reti neurali (percepito come un’immagine al livello mentale) e contemporaneamente gli stati mentali producono stati corporei i quali vengono poi rimappati dal cervello. «I neuroni agiscono sulle altre cellule dell’organismo […] per fare il loro lavoro, però, hanno bisogno per così dire dell’ispirazione proveniente da quel medesimo corpo che devono sollecitare»[24]. Il rapporto mente-corpo può essere definito come un circuito risonante e ricorsivo, in cui stati cerebrali e stati mentali si confondono e si modificano reciprocamente.

 

[…] importante è il fatto che le immagini del corpo, rappresentate dalle mappe, siano in grado di esercitare un’influenza costante sullo stesso corpo dal quale originano. Questa è una situazione unica: non ha paralleli nelle immagini mappate di oggetti ed eventi esterni al corpo, le quali non possono mai esercitare alcuna influenza diretta sugli oggetti e gli eventi rappresentati. Sono convinto che qualsiasi teoria della coscienza tralasci questi fatti sia destinata a fallire[25].

 

Le immagini vengono elaborate in un ordine di grande complessità nella corteccia cerebrale che costituisce la regione del cervello evolutivamente più recente. Molti studiosi ritengono per questo motivo, che la corteccia costituisca la “sede” della mente e dell’attività conscia. Damasio tuttavia sostiene che l’origine della coscienza possa essere fatta risalire ad una regione molto più antica del cervello che condividiamo con molte specie animali: il tronco encefalico[26]. Due nuclei che appartengono a questa antica regione cerebrale, il nucleo del tratto solitario e il nucleo parabrachiale, sarebbero infatti coinvolti nella produzione di sentimenti. Questi due nuclei non «producono semplici mappe virtuali del corpo; piuttosto producono stati corporei sentiti»[27]. Essi infatti sono implicati nella regolazione del metabolismo e nella salvaguardia dell’integrità dei tessuti – processi fondamentali per il mantenimento dell’equilibrio omeostatico. I sentimenti che scaturiscono da tali regioni secondo Damasio, sono fondamentali alla costruzione di un sé cosciente in quanto «costituiscono, per la mente, la primissima rivelazione del fatto che il suo organismo è vivo»[28]. «Il sentimenti sono una varietà di immagine, resa speciale dalla loro particolare relazione con il corpo. I sentimenti sono immagini spontaneamente sentite. Tutte le altre immagini [enterocettive, propriocettive, esterocettive] sono sentite perché accompagnate dalle particolari immagini che chiamiamo sentimenti»[29]. Il fondamento della nostra coscienza è dunque rintracciabile nelle risposte emozionali elaborate dal nostro corpo in vista della sopravvivenza. Le emozioni sono infatti il risultato dell’evoluzione di quei meccanismi di incentivazione che nei primi microorganismi promuovevano la corretta esecuzione di azioni compatibili con il mantenimento della vita.

 

Le emozioni sono programmi di azione complessi e in larga misura automatici, messi a punto dall’evoluzione. Le azioni sono accompagnate da un programma cognitivo comprendente particolari idee e modalità di cognizione; il mondo delle emozioni, tuttavia, è in buona parte un mondo di azioni che vengono eseguite nel corpo e spaziano dalle espressioni facciali e dalle diverse posture, alle modificazioni che interessano i visceri e il milieu interno[30].

 

Sulla base di questa ipotesi Damasio ritiene che la mente cosciente possa essere ricostruita in particolare attraverso tre stadi di elaborazione delle reazioni emozionali che si originano nel corpo. Il primo stadio viene denominato dallo studioso il proto-sé, esso si costituisce in base all’«insieme integrato di configurazioni neurali separate che mappano, istante per istante, gli aspetti più stabili della struttura fisica dell’organismo»[31]. Il proto-sé emerge dall’unità temporale delle informazioni provenienti dalle mappe enterocettive. Queste mappe, come abbiamo detto, descrivono il milieu intérieur dell’organismo, producendo in questo modo, i sentimenti primordiali. Altre mappe legate al proto-sé sono quelle dei portali sensoriali, le quali permettono di percepire l’attività dell’organo di senso coinvolto nella percezione del mondo esterno. Si viene quindi a creare attraverso queste mappe, un contrasto tra la varietà percepita e l’identità mantenuta dall’organo in questione.

 

Poiché l’omeostasi è fortemente legata agli intervalli molto ristretti dei parametri viscerali, l’enterocezione «rappresenta un’utile fonte della relativa invarianza necessaria a stabilire una sorta di stabile impalcatura per quello che, alla fine, costituirà il sé»[32]. Questi ed altri parametri determinano quella che Damasio chiama «un’isola di stabilità» all’interno delle variazioni continue che il corpo subisce. La percezione profonda di questa coerenza degli aspetti più stabili del corpo, può dunque essere considerata il fondamento della nostra individualità e singolarità cosciente.

 

[…] la piattaforma alla base della singolarità non può corrispondere all’intero corpo, perché quest’ultimo nel suo complesso esegue di continuo azioni diverse e modifica di conseguenza la propria forma […]. La piattaforma della singolarità deve essere cercata altrove, in una parte del corpo che si trova all’interno del corpo stesso […] Essa deve corrispondere ai settori del corpo che cambiano di meno o che non cambiano affatto. Il milieu interno, e i suoi numerosi parametri viscerali costituiscono ad ogni età e nell’arco di tutta la vita gli aspetti più invarianti dell’organismo: non perché non vadano incontro a cambiamenti, ma perché il loro funzionamento richiede che la variazione abbia luogo soltanto all’interno di un intervallo estremamente ristretto[33].

 

Il secondo stadio che presiede alla costituzione della mente cosciente è il sé nucleare. L’origine di questo livello deriva dalla modificazione attraverso un oggetto del proto-sé. Il sé nucleare coinvolge infatti in modo fondamentale la percezione degli oggetti del mondo esterno. Ogni oggetto che viene incontrato dall’organismo scatena una reazione emozionale che altera i sentimenti primordiali. Sulla base della sincronia temporale con cui la percezione di un oggetto si collega alla modificazione delle mappe enterocettive, il corpo stabilisce un legame di causa-effetto tra questi due eventi (l’origine dei sentimenti di conoscenza). Il sé nucleare genera dunque una sorta di descrizione, poiché integra, all’interno della stessa finestra temporale, l’immagine dell’organismo modificato, l’immagine dell’oggetto causativo e l’immagine della risposta emozionale dell’organismo all’oggetto.

 

L’ultimo stadio che Damasio individua, e che corrisponde complessivamente alla nostra esperienza cosciente, è il sé autobiografico. Quest’ultimo livello estende la descrizione che già il sé neurale offre degli eventi che impegnano l’organismo. Il sé autobiografico nasce dalla coordinazione degli stati elaborati nel sé nucleare; per tale ragione, condizione fondamentale ai fini di questo processo, è la capacità di immagazzinare e manipolare ricordi.

 

La memoria rappresenta uno dei problemi principali che si pongono nello studio della mente. Non è possibile infatti trovare una specifica collocazione cerebrale a questa facoltà superiore. Damasio propone di spiegare questo complesso processo attraverso delle zone diffuse nel cervello, che registrano la coincidenza di attività neuronale in siti diversi. Secondo lo studioso, ciò che viene registrato nel cervello, non sono le immagini composite degli oggetti, piuttosto i punti di contatto che permettono la loro composizione. In altre parole, per essere archiviata una mappa non deve essere ri-rappresentata, deve essere invece registrata la coincidenza dei molteplici segnali che la compongono.

 

In questo modo, secondo Damasio, l’origine della memoria sarebbe rintracciabile non nei siti del cervello che producono immagini (spazio delle immagini) ma in quello che può essere definito lo spazio delle disposizioni, i cui contenuti, a differenza delle immagini, sono sempre inconsci.

 

I nostri ricordi delle cose, delle proprietà degli oggetti, delle persone e dei luoghi, di eventi e relazioni, di abilità e processi necessari alla regolazione dei processi vitali – insomma tutti i nostri ricordi: quelli ereditati dall’evoluzione e disponibili già dalla nascita, e quelli acquisiti in seguito, grazie all’apprendimento – esistono nel nostro cervello in forma di disposizioni, in attesa di diventare immagini esplicite o azioni. La nostra base di conoscenza è implicita, criptata e non cosciente[34].

 

Le disposizioni possono essere definite come «registrazioni astratte di potenzialità»[35] discendenti evolutivi dei già citati protocolli di reazione. Lo spazio delle disposizioni che abbiamo detto essere inconscio, conserva dunque le «formule implicite per ricostruire» le mappe cerebrali, le quali vengono esperite esplicitamente nel corso della rievocazione. La memoria è dunque un processo altamente decentralizzato, che coinvolge aree cerebrali appartenenti a epoche evolutive molto distanti: lo spazio delle disposizioni antichissimo e il recente spazio delle immagini.

 

Secondo la ricostruzione offerta da Damasio, i potenti processi inconsci e radicalmente emozionali del proto sé e del sé nucleare costituiscono la condizione necessaria affinché affiori una coscienza estesa come la nostra (il sé autobiografico). Non solo, infatti i tanto biologici automatismi inconsci risultano di fondamentale importanza per costruire l’impalcatura della memoria, una delle più ammirevoli facoltà superiori in nostro possesso. Sembra un gioco di parole affermare che la coscienza sorga dall’incoscienza, ma in effetti seguendo la storia dell’origine della vita e della nascita del cervello, due sono le caratteristiche più importanti emerse. In primo luogo che i processi dell’organismo dal più semplice al più complesso dipendono dalla regolazione dei processi vitali che permette la sopravvivenza dell’individuo. In secondo luogo il fatto che il cervello nasce a vantaggio di una miriade di cellule, le quali attraverso questa svolta evolutiva, perdono la loro singolarità diventando però una voce inconscia e fondamentale che permane in modo insistente durante tutto l’arco della nostra vita. Solamente nel momento in cui le cellule che appartengono ad un organismo abbandonarono la loro singolarità ne poté nascere una nuova dall’unione delle tante: la coscienza. Un’unione sorta in funzione del successo omeostatico e tale da non allontanarsi da questa finalità, poiché risulta radicalmente fondata al livello emozionale. La coscienza si sorregge su dispositivi cerebrali che permettono di narrare una sorta di storia dei processi emozionali dell’individuo al fine di estendere le sue possibilità di sopravvivenza. In una metafora efficace e cara a Damasio è la sinfonia dell’orchestra inconscia a creare il direttore (il sé cosciente).

 

L’aspetto più singolare riguardo alle alte prestazioni della coscienza è la vistosa assenza, prima che l’esecuzione abbia inizio, di un direttore, il quale viene tuttavia in essere non appena l’esecuzione comincia: ora, a tutti i fini, l’orchestra è guidata da un direttore – il sé – anche se è la performance ad averlo creato, e non viceversa[36].

 

Come abbiamo visto ciò che consente ad una cellula di sopravvivere è l’omeostasi un processo che, per essere attuato, richiede che l’organismo possa distinguere ad un livello inconscio tra ciò che è suo (il corpo che gli appartiene) e il non-sé (l’ambiente circostante). Se per sopravvivere è necessario un principio di individualità, l’origine della coscienza può allora essere rintracciata nella distinzione, necessaria alla sopravvivenza, tra io e mondo. Comprendere in senso naturale l’irrisolvibile contraddizione tra uomo e mondo costituisce, come abbiamo detto, il punto di partenza per una fondazione cosmologica dell’antropologia e dunque il passaggio obbligato verso una reimpostazione naturalistica del pensiero filosofico.

 

Il lavoro di Damasio avvalora l’intuizione comune tra Löwith e Spinoza per cui il rapporto di fondamentale dipendenza dell’uomo al mondo vada ricercato non solo a partire dalla continuità materiale tra il corpo dell’uomo e l’ambiente naturale, ma soprattutto in una direzione fondamentalmente inconscia, cioè tale da superare i limiti della comprensibilità consapevole, non per questo tuttavia meno potente. Come le miriadi di singole volontà delle cellule che ci compongono – e che costituiscono perciò una parte del nostro organismo – costituiscono la radice inconscia della coscienza, così il legame dell’uomo alla totalità del mondo naturale – di cui è parte – è per lo più inconscio nonostante sia fondamentale.

 

In qualsiasi modo noi ci riferiamo al mondo della natura, ci comportiamo nei sui confronti e «costruiamo» un determinato rapporto con esso, anche il mondo, da parte sua, entra già sempre in rapporto con noi e condiziona il nostro comportamento nei suoi confronti, sebbene per lo più non sappiamo niente del rapporto del mondo naturale con noi. Così come gli uccelli migratori sanno ben poco che essi nel loro volo si orientano secondo la posizione del sole, altrettanto poco, per solito, noi sappiamo che i nostri movimenti fisici sono coordinati col campo gravitazionale della terra mediante un determinato organo posto all’interno dell’orecchio. La legge di gravitazione universale non è soltanto fisica, ma è anche una legge che regola la vita degli abitanti della terra. Movimento delle persone in carne e ossa e campo gravitazionale, oppure vedere la luce del sole, si richiamano in modo tale che la luce del sole, nella quale e grazie alla quale si forma un occhio per vedere, e la forza di gravità non costituiscono colo una condizione meramente oggettiva per il vedere e il muoversi soggettivi, essi piuttosto agiscono l’uno sull’altro, in una correlazione reciproca entro un rapporto complessivo che si stabilisce sulla base comune della natura delle cose: della natura umana e del mondo naturale[37].



[1] Anche la visione scientifica meccanicista si inserisce secondo Löwith in questa prospettiva poiché presuppone che il mondo naturale sia riconducibile interamente ai parametri della comprensibilità umana.

[2] Vd. K. Löwith, Critica dell’esistenza storica, trad. A. L. Kunkler Giavotto, Morano, Napoli, 1967.

[4] C. Darwin, L'origine delle specie, introduzione di G. Montalenti, Boringhieri, Torino, 1959, cit. p. 147.

[5] K. Löwith, Critica dell’esistenza storica,cit. p. 320.

[6] C. Darwin, Taccuini filosofici, a cura di A. Attanasio, UTET università, Torino, 2010, Note sul senso morale 39, cit. p. 156.

[7] A. Damasio, Il sé viene alla mente: la costituzione del cervello cosciente, trad. I. C. Blum, Adelphi, Milano, 2012, cit. p. 26.

[8] K. Löwith, Critica dell’esistenza storica, p. 268.

[9] A. Damasio, Il sé viene alla mente, pp. 47-48.

[10] Ivi, p. 52.

[11] Ivi, p. 53.

[12] Ivi, pp. 60-61.

[13] Ivi, p. 61.

[14] Ivi, p. 61.

[15] Ivi, p. 62.

[16] Ivi, p. 71.

[17] Ivi, p. 72.

[18] Ivi, p. 50.

[19] Ibidem.

[20] Ibidem.

[21] Ivi, p. 55.

[22] Ivi, p. 56.

[23] Ivi, p. 88.

[24] Ivi, p. 120.

[25] Ibidem.

[26] A proposito della possibilità di attribuire agli animali un qualche tipo di coscienza Damasio scrive: «Nessuno è in grado di dimostrare in modo soddisfacente che gli esseri non umani e privi di linguaggio abbiano una coscienza, nucleare o d’altra natura; tuttavia, è ragionevole triangolare le evidenze sostanziali a nostra disposizione e concludere che si tratta di un’evidenza altamente probabile.» cit. A. Damasio, Il sé viene alla mente: la costituzione del cervello cosciente,  cit. p. 219.

[27] Ibidem.

[28] Ibidem.

[29] Ivi, p. 103.

[30] Ivi, p. 144.

[31] Ivi, p. 242.

[32] Ivi, p. 244.

[33] Ivi, p. 245.

[34] Ivi, pp. 186-187.

[35] Ivi, p. 187.

[36] Ivi, p. 38.

[37] K. Löwith, Dio, uomo e mondo nella metafisica da Cartesio a Nietzsche, cit. pp. 61-62.

Il nome di Karl Löwith è spesso associato ai suoi lavori di storia della filosofia e alla sua attività di "scepsi storiografica"  (segue)

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O. Franceschelli - Intervista su Karl Löwith

Karl Löwith - Treccani.it

      NOVITA' IN LIBRERIA

Karl Löwith, Sul senso della storia, a cura di M. Bruni, Mimesis, 2017.

A. Tagliapietra, M. Bruni (a cura di), Le Rovine, ossia meditazione sulle rivoluzioni degli imperi, traduzione di M. Bruni, Mimesis, 2016.

Premio Nazionale Filosofia Frascati - 2016

Società Natura Storia. Studi in onore di Lorenzo Calabi, a cura di A. Civello, Edizioni ETS, 2016.

 

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Aggiornamento 29.07.2018