I. CONTRIBUTI : Giuseppe Cappello

domenica 3 dicembre 2017

 

La natura naturante di Empedocle

 

La filosofia di Empedocle ci è giunta e si è diffusa nella sua vulgata soprattutto attraverso la testimonianza aristotelica del Primo Libro della Metafisica. Vi si legge: «Empedocle pose come principi i quattro corpi semplici, aggiungendo ai tre sopra menzionati [acqua, aria, fuoco] anche un quarto, cioè la terra. Essi, infatti, restano sempre immutati e non sono soggetti a divenire se non per aumento o diminuzione di quantità, quando si congiungono in una unità o si sciolgono da essa»[1]. Aristotele nell’esposizione della ricerca che i suoi predecessori hanno fatto delle cause della realtà individua dunque in Empedocle colui che ha risolto appunto la realtà in quattro elementi materiali che, sempre rimanendo identici a se stessi e mescolandosi e disciogliendosi, danno vita ai singoli enti naturali.

 

Sennonché, più avanti, Aristotele riconosce ad Empedocle l’individuazione di un altro tipo di causa oltre a quella materiale. Infatti lo Stagirita procede: «In base a questi ragionamenti, si potrebbe credere che ci sia una causa unica: quella che diciamo materiale. Ma, mentre questi pensatori procedevano in questo modo, la realtà stessa tracciò loro la via e li costrinse a ricercare ulteriormente. Infatti, ammesso che ogni processo di generazione e corruzione derivi da un unico elemento materiale, o anche da molti elementi materiali, perché mai esso ha luogo e quale mai ne è la causa? Infatti non è certo il sostrato che fa mutare se stesso»[2]. In questo passo Aristotele sottolinea come, pur rimanendo fermi al pensiero che la realtà sia riconducibile a uno o più elementi naturali, vi sia poi la necessità di rinvenire una causa del mutamento di generazione e corruzione dei composti naturali. L’acqua, la terra, il fuoco e l’aria di Empedocle, infatti, non hanno in sé la capacità di mescolarsi. Come dice perentoriamente Aristotele: «non è certo il sostrato che fa mutare se stesso»[3]. È questa una affermazione che spingerà Aristotele a rinvenire, nella spiegazione della realtà, oltre alla causa materiale, la cosiddetta causa motrice o efficiente (a cui aggiungerà poi quella formale e quella finale). Ma è anche questa un’affermazione che, leggendo tra i frammenti di Empedocle, potrebbe essere confutata in ordine al pensiero di Empedocle. Veramente Il filosofo agrigentino sarebbe stato convinto che il sostrato non avesse in sé il principio del movimento? A leggere l’interpretazione di Aristotele no. Si legge infatti più avanti sempre nel Primo Libro della Metafisica: «Empedocle, in ogni modo, fu il primo che, a differenza dei predecessori, introdusse la distinzione di questa causa [la causa motrice] non ponendo un unico principio del movimento, ma due principi diversi e, anzi, contrari»[4]. Aristotele fa riferimento, come detto poco prima, all’Amicizia (philia) e alla Contesa (neikos). L’Amicizia sarebbe la causa motrice che riunisce i vari elementi e la Contesa quella che li separa; e la loro azione continua e combinata darebbe luogo al continuo processo di generazione e corruzione degli enti naturali.

 

Ma, a stare ai testi di Empedocle, possiamo veramente affermare con Aristotele che «non è certo il sostrato a far mutare se stesso» e, quindi, vi sarebbe la necessità che i due principi dell’Amicizia e della Contesa siano degli agenti esterni che imprimano al sostrato dei quattro elementi quella mutazione nel cui ordine essi si risolvono continuamente i diversi composti e si sciolgono generandone la nascita e la morte? Sono, questi, due interrogativi fondamentali in merito al modo in cui veramente Empedocle intese la natura. A proposito di questo concetto centrale, quello di physis, di natura appunto, nella prima speculazione greca, leggiamo quanto scrive Max Pohlenz: «Il logos compì la sua più grandiosa conquista pervenendo subito alla scoperta di un concetto che lo integrò dal lato obiettivo e gli fornì la chiave onde comprendere il mondo nel suo complesso: alludiamo al concetto di physis, che, nella sua forma latinizzata natura, diventerà la pietra angolare del pensiero europeo […] Dalla crescita delle piante (phyesthai) - questo concetto - lo si trasferì non solo alla vita animale, ma al mondo intero, con tutti i suoi oggetti […]. Ora, nel mondo vegetale, l’uomo poteva constatare ogni anno che questo divenire si attua secondo un ordine fisso: che cioè il germogliare, il crescere, il maturare, l’appassire, il morire succedono regolarmente l’uno all’altro. Anche i questo caso il logos raccolse e combinò insieme le singole esperienze e, applicando il procedimento della generalizzazione anche al concetto estensivo di physis, pervenne al risultato che essa non procede a salti e a capriccio e, nel contempo, non richiede una direzione dall’esterno (corsivo nostro) proprio come la crescita della pianta. Si elaborò così il concetto di una physis che comprende e regola tutto ciò che accade nel mondo, seguendo le sue proprie leggi immanenti e inviolabili, le quali non richiedono né consentono alcun intervento dall’esterno […] Logos e physis sono i presupposti indispensabili di ogni scienza. Con la scoperta di questi concetti gli Elleni hanno assunto la funzione di guide spirituali dell’occidente»[5]. Dalle parole di Pohlenz si evince che dunque i primi Greci, tra cui certamente Empedocle, dovettero pensare alla natura come a un processo continuo di generazione e di corruzione che avesse proprio nel suo sostrato, per dirla con Aristotele, la capacità di mutare. Ancora meglio: che la natura fosse concepita, al suo fondo, come sempiterno e spontaneo processo di generazione e corruzione. Ma, a questo punto, è bene che si vada decisamente ai testi di Empedocle.

 

Tra i frammenti e le testimonianze sui cosiddetti filosofi presocratici raccolte e ordinate da Hermann Diels e Walther Krans leggiamo di un concetto che, è vero, non compare insistentemente come quelli degli elementi o, per stare al linguaggio di Empedocle, radici (rizomata), vale a dire l’acqua, la terra, il fuoco e l’aria, così come non appare insistentemente come i concetti di Amicizia (philia) e Contesa (neikos); leggiamo di una certa hormè, che in italiano può essere tradotto con forza o slancio, che costituirebbe la vera quintessenza della natura. Nella testimonianza di Aezio leggiamo infatti: «I generi di tutti gli animali si distinsero per le diverse mescolanze [degli elementi] per cui alcuni hanno una tendenza [hormèpiù connaturata verso l’acqua, altri a sollevarsi nell’aria (e sono tutti quelli in cui l’elemento igneo ha la prevalenza), altri ancora, e sono i più pesanti, verso la terra, altri infine, egualmente partecipi degli elementi nella mescolanza, possono vivere in ogni luogo»[6]. Sembra una testimonianza di secondo ordine rispetto alla questione ontologica e invece assume un rilievo fondamentale qualora la si legga adeguatamente. In effetti, qui Empedocle ci dice come ogni animale abbia una tendenza (hormè) e questa tendenza, poiché è tendenza di un ente che a sua volta è una certa riunione dei quattro elementi, sia tendenza o slancio immanente agli elementi stessi. E l’Amicizia e la Contesa non siano altro che la polarizzazione della stessa hormè. In questo senso si sono espressi illustri studiosi di Empedocle e, più in generale, del pensiero antico. Scrive Renato Laurenti nel suo lavoro su Empedocle: «horme è spinta, impulso che si realizza all’esterno, ma ha origine nell’interno (A 57; A 58; B114, 3): l’horme delle due forze, l’hormè dei quattro elementi è l’inclinazione alla quale essi soggiacciono e che li muove a determinate operazioni. Lo dimostra Aezio, V, 19, 5 (A72) a proposito della spinta che gli animali hanno verso l’acqua, l’aria o la terra e IV, 22, 1 (A74) a proposito della tendenza che ha il calore interno a fuoriuscire. Non sappiamo se in questi due brani il termine risalga ad Empedocle: niente lo vieta, posto che ricorre anche nei frammenti e, come s’è visto, esprime un concetto largamente dominante nel pensiero dell’Agrigentino»[7]. E un’eco concettuale che risuona nello stesso senso si legge nelle  pagine sui Presocratici di Giovanni Casertano: «Le quattro radici, allora eterne e immodificabili, costituiscono dunque la materia, eterna, ma in continua trasformazione. Accanto a essa, poi, Empedocle introduce un nuovo concetto, quello di una forza interna alla materia  [corsivo nostro] e che è la causa del suo trasformarsi. A questa forza, che Empedocle chiama hormè, un impulso, un impeto, uno slancio che si manifesta come la struttura stessa della materia (cfr. 31A57, A58, A74), e che è bipolare, Empedocle dà il doppio nome di Philìa e Neikos, cioè Amicizia e Contesa»[8].  Dunque, stando alla testimonianza di Aezio, a quelle indicate in aggiunta nei passi di Laurenti e Casertano nonché alle conseguenze  ultime che i due stessi studiosi traggono dall’intero corpo delle testimonianze, si può a ragione sostenere che il ‘pluralista’ Empedocle risolva piuttosto il principio ultimo con cui coincide la stessa natura nell’hormè; un’hormè che, polarizzata nelle forze opposte dell’Amicizia e della Contesa e immanente a ogni radice (rizomata) dell’acqua, della terra, del fuoco e dell’aria, rappresenta quel sostrato ultimo, intriso di dinamismo, dell’intero cosmo.

 

Del resto si può leggere nel bellissimo e fondamentale frammento proprio della mano di Empedocle: «Mescolandosi queste cose [acqua, terra, aria e fuoco], infinite stirpi di mortali si effondono; / ma molte cose rimanevano non mescolate alternativamente con quelle mescolate, / quante cioè la Contesa tratteneva ancora in alto: non ancora, infatti perfettamente / si era ritirato del tutto da esse agli estremi confini del ciclo, / ma in alcune delle membra rimaneva, da altre si era ritirato. / E sempre di quanto esso si ritraeva, di tanto sempre sopraggiungeva / l'eterno e dolce impulso della perfetta Amicizia; / e subito diventavano mortali, quelle cose che prima avevano conosciuto l'immortalità, / e, prima non miste, si mescolavano mutando i loro sentieri»[9]. Come abbiamo cercato di evidenziare con i corsivi, nell’originario vortice composto di membra, sia Amicizia che Contesa non agiscono su queste membra ma in e da queste membra. Appaiono dunque come specificazioni di quello slancio (hormè) imperituro che sembra l’unica nota costante nel circolo del divenire cosmico e che si specifica appunto nella coppia Amicizia/Contesa da cui si «effondono» infinite stirpi di mortali nelle forme più varie. Forme più varie che, ricondotte al mondo minerale, a quello vegetale, a quello animale e a quello degli uomini, ancora per mano di Empedocle appaiono piuttosto permeate da una forza immanente che da una demiurgica forza trascendente. Scrive il filosofo agrigentino nel frammento 89: «Infatti non soltanto dagli animali, né dai vegetali, né dalla terra e dal mare, ma anche dai minerali fuoriescono continuamente molti effluvi, sia dal bronzo sia dal ferro. E in effetti tutti i corpi si corrompono e periscono, in quanto qualcosa da essi sta sempre fluendo e si sta muovendo costantemente»[10]. E a questo frammento, per rinforzare l’intendimento sull’immanenza al vivente dello slancio originario polarizzato nell’Amore e nella Contesa e proporre al lettore anche il genio della poesia di Empedocle  ne vogliamo fare seguire un altro riportato da Plutarco in cui il filosofo continua nei versi l’espressione del suo pensiero sulla vita: «Questo [conflitto fra le due forze] è ben visibile nella massa delle membra mortali; / una volta stringendosi per l'Amicizia (Philotheti) nell'uno tutte / le membra, che formano il corpo, al sommo della vita fiorente; / altre volte invece separate dalle infauste contese (Eridessi) / vagano ciascuna separatamente alla sponda della vita. / E così egualmente per gli arbusti e per i pesci che abitano le onde / per le belve che abitano i monti e per gli smerghi che volano»[11].

 

Un punto, da ultimo, di questa vitale concezione del cosmo empedocleo, bisogna affrontare, anche perché, pure in ciò, Empedocle ci fornisce delle risposte sorprendenti: finora abbiamo sottolineato l’originaria unità del cosmo empedocleo e  la sua dinamicità immanente; bisogna ora vedere se questa concezione dinamica e immanentistica della natura sia caratterizzata o meno da una struttura finalistica. Lo diremo subito: Empedocle giunge fino ad intravedere e ad abbozzare una sorta di teoria dell’evoluzione in ordine alla risoluzione di questa energia cosmica sempiterna e spontanea nelle varie forme in cui la natura si dispiega. Questo significa che all’interno della filosofia empedoclea vi sia al tempo stesso la presenza di un meccanismo razionale secondo cui si formano i vari composti viventi sia un ruolo notevole che viene riservato al caso.  Ma trattiamo l’argomento in ordine ai dovuti passaggi.

 

I concetti fondamentali per spiegare la formazione dei singoli enti naturali sono quelli di mixis, diallaxis e krasis. Ogni ente naturale è una krasis, vale a dire una mescolanza secondo una certa proporzione delle quattro radici (rizomata) o elementi (stoicheia), di acqua, terra, fuoco e aria. Si legge in una  prima testimonianza di Aezio: «I generi di tutti gli animali si distinsero per le diverse mescolanze (kraseis) degli elementi»[12]. E, ancora, in una seconda testimonianza dello stesso Aezio ancora più limpida: «Empedocle sostenne che prima degli esseri viventi gli alberi nacquero dalla terra, prima che i sole si volgesse tutt’intorno e prima che il giorno e la notte si distinguessero: a causa della simmetria della mescolanza»[13]. La simmetria della mescolanza in cui si risolvono, in maniera transeunte, o i processi di unione, mixis,  e di  separazione, diallaxis,  delle quattro radici rappresenta dunque il principio di individuazione di ogni singolo ente naturale. Ogni singolo ente naturale è una mescolanza in cui si amalgamano per unione e separazione e, lo ripetiamo, in modo transeunte, le diversi radici che invece, a loro volta, sono sempre identiche a se stesse e intessute del dinamismo polare dell’hormè cosmica. Questo il meccanismo naturale. Sennonché la domanda ultima che bisogna porre è se tale hormè cosmica, nella sua polarizzazione di Amicizia e Contesa, di cui sono intessute le radici, e quindi nella sua finitizzazione in determinate e transeunti mescolanze (kraseis), si specifica in tali kraseis secondo un fine o a caso.

 

Per chiarire questo aspetto fondamentale della filosofia di Empedocle bisogna rivolgersi al concetto di tyche, di sorte o caso, che è messo a punto nei suoi scritti. Lo abbiamo detto: sorte o caso. Con quale dei due termini e dunque dei due concetti bisogna tradurre il tyche empedocleo? Nel frammento 85 riportato da Simplicio si legge: «Le parti degli animali si producono per lo più casualmente»[14]. E ancora, rimanendo a Simplicio, si legge in una sua testimonianza sul filosofo agrigentino: «Empedocle dice che sotto il regno dell’Amicizia nascono come capita (etyche) membra dei primi esseri viventi, ad esempio teste, mani e piedi, e che poi queste si congiungono ‘stirpi di buoi … sorgono viceversa’, cioè a dire stirpi umane con volti bovini, cioè un composto da un bue e un uomo. E quanti si costituirono in tal modo reciprocamente, sì da raggiungere una condizione di stabilità,  nacquero esseri viventi e sopravvissero in virtù del mutuo soddisfacimento delle esigenze … e invero la testa dell’uomo congiungendosi con il corpo rende possibile la salvezza dell’intero composto; congiungendosi invece con il corpo di un bue non produce un composto armonico e si estingue»[15]. Da questa testimonianza sembra emergere la valenza casuale dell’uso empedocleo del termine tyche  e dei verbi che ne derivano. Sembra che l’hormè, polarizzantesi nella Amicizia e nella Contesa e intessendo così il dinamismo degli elementi, si risolva in uno slancio naturante che perviene alla stabilità biologica di un composto per gradi e per caso.

 

Sulla gradualità la testimonianza di Simplicio è in equivoca:  «Empedocle sostiene che nel primo ciclo di generazioni gli animali e le piante non nacquero completi di tutte le loro parti, ma monchi, per il fatto che non tutte insieme nascevano le loro parti; nel secondo nacquero simili a immagini fantastiche;nel terzo nacquero di un sol pezzo;nel quarto poi essi non nacquero più da elementi assimilati, come dalla terra e dall’acqua, ma da generazione reciproca, a causa per gli uni dell’abbondanza di nutrimento e per gli altri della bellezza femminile, che produsse i loro l’eccitamento dell’atto della fecondazione. I generi di tutti gli animali si distinsero per le diverse mescolanze (kraseis) degli elementi»[16].

 

Quanto al caso, come elemento dirimente per cui si costituisca un certo composto biologico adatto a sussistere, si legge nella testimonianza aristotelica: «E, pertanto, quegli esseri, in cui tutto si è prodotto accidentalmente, ma allo stesso modo che se si fosse prodotto in vista di un fine, si sono conservati per il fatto che per caso sono risultati costituti in modo opportuno; gli altri, invece, che non sono in tale situazione, si sono perduti o si vanno perdendo»[17].  Un passo sorprendente che non stupisce di trovare citato per esteso, come ha fatto ben notare Orlando Franceschelli nel suo preziosissimo lavoro La natura dopo Darwin[18], nella prima pagina del Compendio storico inserito nella terza edizione dell’Origine delle specie. E in effetti, nella testimonianza di Empedocle riportata da Aristotele, vi sono tutti concetti quei concetti strutturali per qualunque filosofia che voglia mettere al centro quello che può essere chiamato il ‘principio  natura’.

 

Una natura naturante, per dirla con Spinoza, in cui la legge è quella di un divenire biologico autarchico e autonomo nel cui seno, si è generata si genera e si genererà ogni forma di vita, compresa quella dell’uomo, al di là di ogni orizzonte di trascendenza ma anche di ogni finalismo di stampo immanentistico. Una natura né matrigna né materna che, spogliata da ogni sorta di antropomorfizzazione, piuttosto costituisce quella madre universale che, a dispetto di ogni prospettiva teologica e teleologica, invocano i filosofi già nell’alba lucente della loro ricerca fisiologica.

 



[1] Aristotele, Metafisica, Libro A, 984a,  trad. it. di G. Reale, in Aristotele, Metafisica, a cura di G. Reale, Milano, 1993

[2] Ibid.

[3] Ibid.

[4] Aristotele, op. cit. 985a

[5] M. Pohlenz, L’uomo greco, Firenze, 1962, pp. 317-319

[6] Empedocle, DK 31 A 72, trad. it. in G. Giannantoni, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, Roma-Bari, 1990

[7] R. Laurenti, Empedocle, Napoli 1999, pp. 115

[8] G. Casertano, I Presocratici, Roma 2009, p. 113

[9] Empedocle, DK 31 A 35, trad. cit.

[10] Id., DK 31 A 89, trad. cit.

[11] Empedocle, DK 31 B 20, trad.. cit.

[12] Empedocle,  DK 31 A 72

[13] Id. 31 A 70, trad. cit.

[14] Id. DK 31 B 85

[15] Empedocle, DK 31 B 61

[16] Id., DK 31 B 61

[17] Ibid.

[18] Orlando Franceschelli, La natura dopo Darwin, Roma 2007, p. 35

 

Il nome di Karl Löwith è spesso associato ai suoi lavori di storia della filosofia e alla sua attività di "scepsi storiografica"  (segue)

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O. Franceschelli - Intervista su Karl Löwith

Karl Löwith - Treccani.it

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Aggiornamento 27.02.2018