Intervista a Gianluca Sadun Bordoni

Prosegue anche nel 2015 il viaggio nella "urbanizzazione della provincia löwithiana", ormai alla sua sedicesima tappa, con l'intervista al prof. Gianluca Sadun Bordoni. Il prof. Sadun Bordoni insegna Filosofia del diritto presso l'Università degli Studi di Teramo e tra le sue pubblicazioni segnaliamo in campo löwithiano lo scritto Löwith e il nichilismo politico europeo (in "Humanitas", n. 2, aprile, 1997).

Nota biografica

Gianluca Sadun Bordoni (nato a Roma nel 1956) è Docente di Filosofia del Diritto presso l'Università di Teramo, dove insegna anche Diritti Umani.

Presso la stessa Università è delegato del Rettore per i rapporti con le Università del Mediterraneo.

E' membro, dal novembre 2008, del Forum Strategico del Ministero degli Esteri.

È membro del Consiglio Scientifico di Fondazioni italiane e internazionali tra cui: Magna Carta, High European Research Act (Bruxelles), Nova Spes International Foundation, Fispmed.

Collabora, come autore, con la Kant-Forschungsstelle dell'Università di Trier nell'ambito del progetto "Forschungen und Materialien zur deutschen Aufklärung".

Ha collaborato tra gli altri con la RAI, con Sky tg 24, con l'Istituto dell'Enciclopedia italiana, con quotidiani e riviste.


Tra le numerosissime pubblicazioni, ricordiamo:

Linguaggio e realtà in Aristotele, Laterza, Roma-Bari 1994

La crisi politica della modernità, Laterza, Roma-Bari 2002

L’ordine infranto, Giappichelli, Torino 2004

Diritto e politica. Studi sull’epoca post-globale, Giappichelli, Torino 2011

E l’edizione critica tedesca, in tre volumi, delle lezioni di Kant sul diritto naturale, il Naturrecht Feyerabend (Fromman Holzboog, Stuttgart, 2010-2014)

In campo “loewithiano” segnaliamo lo scritto: Löwith e il nichilismo politico europeo, in “Humanitas”,

n. 2, aprile 1997.

Intervista del 2 gennaio 2015

Marco Bruni: Come è avvenuto il suo incontro con il pensiero di Karl Löwith e quale ruolo ha avuto nella sua formazione?

 

Gianluca Sadun Bordoni: Cominciai a leggerlo al liceo, in particolare Da Hegel a Nietzsche, ma senza comprenderne fino in fondo il significato. Cercavo libri sulla filosofia moderna che andassero oltre la manualistica e mi imbattei tra gli altri in Löwith, assieme ad autori marxisti, che in quegli anni – gli anni Settanta del secolo scorso – erano molto in auge, tra cui Lukàcs. Potei quindi mettere a confronto visioni opposte di Nietzsche, questo sì, lo ricordo bene (anche se all’epoca non potevo certo notare che la matura idea loewithiana di Nietzsche come “compendio dell’antiragione tedesca” converge, da posizioni opposte, con il giudizio di Lukàcs). Assieme alle dispute sull’interpretazione del marxismo, fu comunque questo il primo incontro ‘critico’ con la filosofia, al di là della scuola. Poi, per varie sollecitazioni, cominciai a leggere Giorgio Colli, che considero una delle figure più rappresentative della filosofia italiana del dopoguerra e che mi colpì molto. Mi accorsi così tra l’altro che era stato lui a tradurre Da Hegel a Nietzsche. Lessi allora molto Nietzsche, nell’estate dopo la maturità, mentre l’influsso delle idee marxiste cominciava a declinare e con esse tutta la visione storicista. Per me si stava aprendo un nuovo capitolo, proprio mentre mi iscrivevo alla facoltà di Filosofia, a Roma, alla “Sapienza” – una scelta su cui non avevo peraltro avuto mai dubbi.

 

 

 

M. B.:  Inoltre, lei è stato per molti anni allievo e collaboratore di Lucio Colletti, il quale tra i primi ha sottolineato la grande importanza ed attualità della filosofia di Löwith (ricordo che anche Orlando Franceschelli, a cui si deve la migliore monografia italiana su Löwith, è stato allievo di Colletti). A partire dalla sua conoscenza della filosofia di Colletti e della prossimità della critica al marxismo da parte di Löwith e del pensatore italiano, potrebbe parlarci del rapporto tra queste due grandi figure intellettuali del secolo scorso?

 

G. S. B.: Anche il mio incontro con Colletti risale all’ultimo anno del liceo e si lega alle dispute sul marxismo cui accennavo prima. Venne a farci lezioni pomeridiane di letteratura italiana, al liceo “Mamiani” di Roma, un assistente di Walter Binni, Filippo Bettini (che purtroppo è prematuramente scomparso l’anno scorso). Era preparatissimo, fu per molti di noi il primo vero incontro con un approccio ‘universitario’ alla cultura. Era un dellavolpiano sfegatato e ci parlava spesso di Colletti, che aveva però rotto con Della Volpe. Lessi così la famosa Intervista politico-filosofica, e quando andai all’università frequentai naturalmente per prime le lezioni di Colletti, affollatissime. Il riferimento a Löwith era costante, specie per l’interpretazione di Hegel. Gli scritti su Hegel e il cristianesimo, raccolti e pubblicati da Laterza (proprio su suggerimento di Colletti, allora consulente di Laterza), erano se non ricordo male nel programma d’esame del primo anno.

Colletti stava abbandonando il marxismo e fu colui che me ne liberò definitivamente. Credo di essere stato l’unico dei suoi assistenti per il quale Colletti non fu maestro di marxismo, ma della sua critica. Elemento essenziale di tale critica, sul piano filosofico, era il residuo ineliminabile in Marx di una dialettica storicistica di derivazione hegeliana, che invano Della Volpe si era sforzato di eliminare, presentando Marx come il ‘Galileo delle scienze morali’. E la critica della filosofia della storia che Colletti conduceva era largamente fondata su Löwith: ricordo benissimo quando a lezione, parlando di ciò, si interrompeva per dire: “leggete Significato e fine della storia di Löwith!”. Lo considerava un decisivo antidoto alla presenza, ancora forte, di idee storicistiche anche tra i giovani.

Nonostante la grande differenza di prospettiva filosofica tra Giorgio Colli e Lucio Colletti, questa critica dello storicismo, del finalismo storico - così rara nella cultura filosofica italiana - li univa e questo è stato certamente uno degli elementi fondamentali della mia formazione.

Non credo però che, al di là di questo, Colletti desse molta importanza all’interpretazione di Marx da parte di Löwith. Non credo neanche sia mai stato particolarmente interessato alla lettura loewithiana di Nietzsche o Heidegger. Löwith è sempre stato per Colletti, fondamentalmente, colui che aveva capito il vero senso del pensiero di Hegel e aveva esercitato una profonda, decisiva critica all’intero ordito della filosofia della storia, riconducendola alla sua matrice cristiana. Inoltre, consideri che per Colletti, pur grandissimo ammiratore della filosofia greca e in particolare di Aristotele, la visione greca del cosmo non poteva costituire, come per Löwith, un’alternativa al cristianesimo: l’alternativa, per Colletti, era la scienza moderna.

 

 

 

M. B.: Lei ha dedicato a Löwith un importante scritto intitolato Löwith e il nichilismo politico europeo (“Humanitas”, 2, 1997) in cui si prende in considerazione, appunto, il tema fondamentale del nichilismo, in merito al quale insieme a Nietzsche e Heidegger, Löwith è stato un grande diagnosta. Cosa può dirci a tal riguardo?

 

G. S. B.: Quello del nichilismo è diventato purtroppo un tema abusato, banalizzato, anche grazie al cosiddetto ‘pensiero debole’. La terribilità dell’annuncio dell’avvento del nichilismo, la sua carica di sfida, la necessità di una grande alternativa al fallimentare esito della civiltà moderna, come la visse Nietzsche, non sono più percepite.

Ma al di là della filosofia, l’idea che il nichilismo, come relativismo, sia il pacifico punto d’approdo della storia, consustanziale in fondo alla democrazia, tale idea è oggi diffusissima. Il nichilismo non è più un problema, ma una soluzione. Siamo così agli antipodi della situazione storica e intellettuale in cui maturò la riflessione di Löwith sul nichilismo, negli anni dell’incombente tragedia europea, specialmente durante l’esilio giapponese (1936-1940). Lì maturarono il Da Hegel a Nietzsche e il lungo frammento su Il nichilismo europeo. Considerazioni sulle premesse spirituali della guerra europea (1940), da cui prendevo le mosse nell’articolo che lei ricordava.

Anche qui il punto preliminare, ma decisivo, è la critica del determinismo storico, dell’assunto che quanto stava accedendo fosse ineluttabile, cui Löwith opponeva il suggerimento che “l’idea che tutto avrebbe potuto riuscire diversamente non è impensabile”. Nell’articolo sottolineavo l’importanza decisiva, per Löwith, della lezione di Weber e Burckhardt, del loro senso della storia, salutari correttivi a Nietzsche e soprattutto a Heidegger e al decisionismo schmittiano. Quella lezione, secondo me, è fondamentale ancora oggi. Nel frammento sul Nichilismo europeo mi interessava in particolare il tentativo loewithiano di correlare lo sviluppo delle idee filosofiche, centrale in Da Hegel a Nietzsche, con il piano della concreta vicenda storica europea, della crisi destinata a sfociare nella Urkatastrophe della Grande guerra. Ciò costituisce secondo me la premessa indispensabile per porre il problema del nichilismo come problema storico concreto, andando alle radici del fenomeno totalitario e della stessa ‘ideologia’ nazista.

 

 

 

M. B.: Nel suo La crisi politica della modernità (Laterza, Roma-Bari 2002) che, insieme a Diritto e politica. Studi sull’epoca post-globale (Giappichelli, Torino 2012) e L’ordine infranto. Il declino dello Stato nazionale tra diritto e politica (Giappichelli, Torino 2004), affronta i temi giuridico-politici della modernità e della tardamodernità, si effettua una ricostruzione, per dirla con Löwith, del fondamentale passaggio da Hegel a Nietzsche (Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX), in una prospettiva però politologica. Cosa può dirci a tal

proposito, anche alla luce della grande opera löwithiana poc’anzi citata?

 

G. S. B.: Il problema a mio avviso è appunto quello di radicare l’analisi della crisi sul terreno della storia. Löwith ha a mio avviso compreso questo, grazie anche alla lezione di Burckhardt e Weber. La  critica del materialismo storico, della semplicistica riconduzione del pensiero alla struttura economico-sociale (che era tornata ad impazzare, ricordiamolo di nuovo, fino agli anni Settanta del secolo scorso) non esime dalla necessità di correlare le vicende dello ‘spirito’ al corso della storia. Qui credo che la grande analisi weberiana dell’unicità storica della modernità occidentale abbia influito molto su Löwith, che ha enucleato il dilemma tra libertà e razionalizzazione che la pervade e che è oggi più attuale che mai, nell’epoca delle nuove tecnologie e della loro sempre più invasiva presenza nelle nostre vite.

In tale direzione Löwith ha offerto scorci importanti nel frammento sul Nichilismo europeo che ricordavo prima, ‘decostruendo’, per usare un termine in voga, il decisionismo di Heidegger e Schmitt: l’occasionalismo radicale, cui Löwith credo correttamente lo riconduce, è figlio di una crisi storico-politica, non di una semplice riflessione filosofica. Il riesplodere della polemica sul’antisemitismo di Heidegger, a seguito della pubblicazione dei “Quaderni neri”, ce lo ha mostrato in modo bruciante. Nell’anno appena concluso, il 2014, abbiamo ricordato il centenario dello scoppio della Grande Guerra: in essa precipita tutto il XIX secolo e dalle enormi conseguenze di essa si originano tutti i fenomeni politici e culturali del XX secolo. Questo era il tema del mio libro La crisi politica della modernità, che lei ricordava, cominciato a scrivere subito dopo il saggio su Löwith. Cogliere l’intreccio, storicamente singolare, tra lo sviluppo delle idee e il corso degli avvenimenti – questo è secondo me il terreno, fecondo ma impervio, per un’analisi adeguata della crisi europea: al suo centro occorre porre i conflitti strutturali del processo di modernizzazione, oltre le ideologie (dunque non solo oltre il marxismo, ma anche oltre il liberalismo).

 

 

 

M. B.: A partire da quanto detto fin qui, qual è, allora, secondo lei l’“attualità” del pensiero di Löwith?

 

G. S. B.: Löwith ha sferrato un attacco decisivo, e senza appello, all’impianto storicistico della filosofia moderna, cogliendone l’origine e ricostruendone la storia. Allontanandosi sullo sfondo tutto ciò che costituiva il pathos di un’epoca ormai molto lontana da noi, questo resta secondo me il lascito principale della sua opera, sotto il profilo intellettuale. Il modo in cui Löwith seppe sfuggire al fascino sulfureo dell’antiragione tedesca ne fa poi certo uno dei più lucidi testimoni di quell’epoca ferale della storia europea.

Resta il problema che, della tradizione storicistica, Löwith non considera l’altro esito, oltre quello escatologico, cioè quello relativistico, oggi dominante. L’alternativa allo storicismo che egli propone, il ritorno al senso greco del kosmos, è affascinante, credo perfino che abbia ottime chance di affermarsi, se si pensa ad alcune straordinarie ipotesi della fisica moderna, che per tanti versi è la nuova filosofia ‘speculativa’. C’è però un altro lato della medaglia: la proposta ‘naturalistica’ di Löwith si scontra con il dato di fatto, sempre più palese ed inquietante, che il naturalismo biologi stico contemporaneo, risultato dell’espansione incontrollabile del paradigma darwiniano, inclina sempre più a considerare l’uomo in termini riduzionistici. Qui la vedo molto diversamente da Franceschelli, il maggiore studioso italiano di Löwith, che come lei ricordava è stato anche lui discepolo di Colletti e forse è più di me consentaneo con un certo imperialismo darwiniano, che non a caso sta destando invece una crescente opposizione tra gli stessi scienziati (penso al libro di Fodor e Piattelli Palmarini). Soprattutto, io credo che la visione autentica del cosmo che si sta affermando è quella che proviene dalle nuove frontiere della fisica, mentre il neo-darwinismo, al di là dei grandi progressi della biologia, come paradigma scientifico, è fermo ad un’immagine ottocentesca della scienza, materialistica, deterministica, riduzionistica, con una sorta di sottinteso ‘ideologico’ per cui compito della scienza è spazzare via l’oscurantismo metafisico-religioso. Posso sbagliare, ma credo che questa idea della scienza sarà superata dalla scienza stessa. Ci sono più cose in cielo ed in terra di quante ne contenga il naturalismo neo-darwiniano!

In questo senso, è probabile che si stia recuperando, lentamente, una visione ‘greca’ del cosmo, che rende giustizia all’intuizione di Löwith, ma ci porta più verso l’eracliteo physis kryptesthai philei, “la natura primordiale ama nascondersi”, che verso il banale materialismo di Dawkins, Dennett e compagni.

Con tutto questo non è però detto nulla circa il problema del relativismo, del nichilismo morale. Il relativismo c’era anche in Grecia, a partire almeno dall’età dei Sofisti. Lo stesso Nietzsche ha un rapporto ambiguo con il relativismo. La physis, comunque venga pensata, proprio per il suo fondo di inconoscibilità, non può orientare compiutamente l’agire umano: su questo credo avesse ragione Kant, con la sua distinzione tra le ‘leggi della natura’ e le ‘leggi della libertà’. Non possiamo trarre la misura del nostro agire dall’inconoscibile.

Ciò ha conseguenze importanti per quanto riguarda la nostra visione dell’agire morale e politico. Con il rifugio finale, ‘burkahrdtiano’, nell’apolitia, Löwith ritiene forse di porsi al riparo dai dilemmi, e magari dalle presunzioni, della ‘grande politica’. Ma l’idea, così insistita, che la politica sia soltanto ‘amministrazione’, che la differenza tra la nostra epoca e le precedenti sia soltanto quantitativa, con l’aumento corrispondente delle capacità di distruzione, ma anche di ricostruzione, mostra i segni dell’epoca in cui è nata. E’ la comprensibile, ma eccessiva reazione alla catastrofe delle grandi ideologie politiche.

Complessivamente, faremmo però un torto a Löwith se lo volessimo considerare un filosofo nel senso ‘forte’ del termine. Egli resta un grande ‘minore’, che personalmente non cesserò mai di prediligere, rispetto ad altre figure oggi assai più in voga (penso ad esempio a Leo Strauss). La sua critica dello storicismo resta decisiva, ma non è sufficiente di fronte alle grandi sfide storiche e filosofiche della nostra epoca, che non è più quella della crisi tedesca del XX secolo.

Il nome di Karl Löwith è spesso associato ai suoi lavori di storia della filosofia e alla sua attività di "scepsi storiografica"  (segue)

         LÖWITH ON LINE

O. Franceschelli - Intervista su Karl Löwith

Karl Löwith - Treccani.it

      NOVITA' IN LIBRERIA

Karl Löwith, Sul senso della storia, a cura di M. Bruni, Mimesis, 2017.

A. Tagliapietra, M. Bruni (a cura di), Le Rovine, ossia meditazione sulle rivoluzioni degli imperi, traduzione di M. Bruni, Mimesis, 2016.

Premio Nazionale Filosofia Frascati - 2016

Società Natura Storia. Studi in onore di Lorenzo Calabi, a cura di A. Civello, Edizioni ETS, 2016.

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Aggiornamento 27.02.2018