1. La natura di tutte le cose

Nel suo ultimo intervento su Heidegger La questione heideggeriana dell’essere, Karl Löwith ha affermato che «l’essenziale è qualcosa di semplice»[1], e questa semplicità dell’essenziale egli l'ha identificata, in sintonia con il pensiero greco-romano dai cosiddetti presocratici a Plinio il Vecchio, con la natura sempiterna, con la originarietà e autosussistenza della natura. Per Löwith, «la cosa che conta è la vera conoscenza dell’unica e sempre uguale natura di tutto ciò che esiste», per cui «il pensiero che si è spinto “maggiormente avanti” nella ricerca della verità può essere uno che storicamente si colloca nel passato»[2]. La verità (aletheia), allora, che è oggetto della scepsi (skepsis), è l’invariante natura di tutte le cose, natura che si manifesta nella theoria, la quale «è realmente una visione del mondo, ovvero una contemplazione di ciò che è visibile»[3]. La contemplazione, infatti, avendo a che fare con ciò che è visibile, con ciò che si mostra «può essere dimostrata», invece, la fede cristiana, «la pistis è una certa confidenza o una fiducia incondizionata nell’invisibile, e quindi indimostrabile»[4].

 

Ma qual è il significato autentico di natura? Löwith, attraverso l’analisi dell’antica parola greca physis, è riuscito, con  perizia filologica, a ristabilirne il senso originario:   

 

 La physis è la totalità di un essente in quanto essente-così. Di tale essere così-e-non-altrimenti è propria la costanza. Ciò che, conforme alla sua natura è così come è, è sempre così come è, e può quindi anche essere sempre riconosciuto dalle sue caratteristiche. Tale costante essere-così ha il carattere della genesis, dell’essere-cresciuto, cui fa accenno la radice phy-della parola physis, analogamente all’origine da nascor della parola latina natura. Anche l’uomo, in quanto ha una natura, è un frutto umano, che giunge all’essere divenendo e diventa ciò che è. La nascita, il venire alla luce appartengono all’essenza della physis, e propriamente come un sorgere in vista di qualcosa, di un telos. Tutto quanto è fisico dalla nascita si muove “da sé” verso il suo compimento (Vollendung) naturale. La natura, nel suo sorgere e recedere, è mossa per e da se stessa. In quanto essere in tal modo autonomo, la natura ha in se stessa il principio del suo movimento[5]. 

 

La natura, allora, oltre ad essere elemento (stoicheion), è quella forza originaria (genesis) che porta alla luce ogni cosa e in virtù della quale ogni cosa tende al suo telos, alla sua realizzazione. La natura, quindi, come sostiene Aristotele nella Fisica, ha in se stessa, «il principio di movimento», proprio perché essa è il principio stesso del movimento, in quanto è quella eterna potenza che tutto muove, pur restando essa immutabile in ogni mutamento.

 

La natura, però, essendo ciò che porta a compimento ogni cosa, non è da intendere come mera forza caotica, essa, infatti, è logos che, come ragione, come spirito, sebbene privo di autocoscienza[6], è in grado di conferire alle cose organizzazione e armonia. L’idea di natura come physis e come logos è, quindi, strettamente legata all’idea di cosmo (kosmos).

 

A tale riguardo, emblematico è il frammento 30 di Eraclito, più volte citato da Löwith nelle sue opere:

 

Quest’ordine universale, che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dei o tra gli uomini, ma sempre era è e sarà fuoco sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura[7].


L’«ordine universale» del mondo, non essendo né la creazione di Dio né un’opera dell’uomo, esiste da se stesso (kat’auto) ed è senza inizio e senza fine, è sempiterno, possiede, insomma, il carattere che i Greci attribuivano alla divinità, cioè l’eternità, tanto che Löwith ha affermato che esso è il divino (to theion) e il tutto (to holon) che non manca di nulla. Anzi, Löwith ha proposto di considerare il mondo secondo il concetto attraverso il quale Anselmo d’Aosta definiva il Dio cristiano, ovvero come «ciò di cui non si può pensare nulla di più grande».

 

E proprio in relazione alla onnicomprensività del mondo naturale, in un passo decisivo del suo Curriculum vitae presente in La mia vita in Germania prima e dopo il 1933, Löwith ha scritto:

 

Noi non possiamo esistere neanche un istante senza il mondo, ma questo può essere anche senza di noi. Né possiamo immaginare una condizione precedente o susseguente al mondo, bensì solamente un cambiamento di condizione all’interno di un mondo che è sempre esistito, a meno di non postulare un nulla assolutamente vuoto da cui non può scaturire nulla, e che tuttavia sarebbe ancora un nulla al mondo[8].

 

Come si evince dal passo appena citato, Löwith aveva, dunque, ben presente quella formulazione estensiva del principio di non contraddizione che è il principio dell’ex nihilo nihil[9], principio secondo il quale, poiché il non-essere assoluto non può darsi in qualsivoglia maniera, ogni ente deriva da un altro ente e, dunque, ciò che è diventato altro, essendo un qualcosa, diventa ugualmente un altro.

 

E non è un caso, allora, se Hegel, nella prima sessione della Scienza della logica, ha sostenuto:

 

“da nulla non viene nulla”, “qualcosa viene soltanto da qualcosa”, ossia il principio dell’eternità della materia, del panteismo[10].

 

Sebbene, certo, Hegel abbia duramente criticato questa proposizione in nome della sua concezione idealistica, è innegabile che essa sia, come il grande filosofo tedesco aveva, peraltro, ben compreso, la tesi fondamentale dell’eternità della materia, dell’eternità del cosmo, dove il tutto non può che essere il divino stesso (panteismo – da pan-theion appunto). È, infatti, proprio l’impossibilità dell’assolutezza del nulla a rendere la natura delle cose ingenerata e imperitura, come vuole, del resto, il già citato frammento 30 di Eraclito.

 

 

 

 

Note bibliografiche


[1] K. Löwith, La questione heideggeriana dell’essere: la natura dell’uomo e il mondo della natura (1969), in Su Heidegger. Cinque voci ebraiche; tr. it. di N. Curcio e A. Ferrara, a cura di F. Volpi, Donzelli, Roma 1998, p. 88.

[2] Id., Gott, Mensch undWelt in der Metaphysik von Descartes bis Nietzsche (1967); tr. it. Dio, uomo e mondo nella metafisica da Cartesio a Nietzsche, a cura di O. Franceschelli, Donzelli, Roma 2000, p. 3.

[3] Id., Skepsis und Glaube (1951); tr. it. di C. De Roberto, H. Walde, A. Mazzone, A. M. Pozzan, C. Fabro, Scepsi e fede, in Storia e fede, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 7.

[4] Id., Meaning in History. The Theological Implications of the Philosophy of History, University of Chicago Press (1949); ed. tedesca Weltgeschichte und Heilgeschehen. Die theologische Voraussetzungen der Geschichtephilosophie (1953); tr. it. di F. Tedeschi Negri, Introduzione di P. Rossi, Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia, Net, Milano 2004, p.186.

[5] Id., Natur und Humanität des Menschen (1957), in Kritik der geschichtlichen Existenz (1960); tr. it. Natura e umanità dell’uomo, in Critica dell’esistenza storica, a cura di A. L. Künkler Giavotto, Morano, Napoli 1967, p. 251.

[6] «Siamo esseri naturali nonostante logos, lingua, riflessione e trascendenza perché la natura ha in se stessa un logos che non è mai identico con autocoscienza» (K. Löwith, Anhang, in Sämtliche Schriften, IX voll., a cura di J. B. Metzlersche Verlagsbuchhandlung, Stuttgart 1981-1988, p. 409, tr. it. di O. Franceschelli).

[7] Eraclito, Frammenti, in Diels-Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker (1966); tr. it. I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di G. Giannantoni, Laterza, Roma-Bari 2004, vol. I, p. 202.

[8] Id., Curriculum vitae, in Mein Leben in Deutschland vor und nach 1933. Ein Bericht(1941); tr. it. di E. Grillo, con Prefazione di R. Koselleck e Postfazione di A. Löwith, Curriculum vitae, in La mia vita in Germania prima e dopo il 1933, Il Saggiatore, Milano 1988, p. 203.

[9] Löwith ha parlato del principio “dal nulla nulla”, anche in Nietzsche e l’eterno ritorno («che l’essere di questo mondo, già sempre esistente, è una physis originaria, mossa autonomamente – se l’essere non scaturisce in modo miracoloso dal nulla», p. 193) e in Dio, uomo e mondo a proposito di Spinoza («In che modo, infatti, un Dio che è volontà immateriale e spirito potrebbe creare un mondo fisico – tranne che dal nulla, il che però risulta del tutto inconcepibile poiché dal nulla non si genera nulla», p. 180).

[10] W.G.F. Hegel, Wissenschaft der Logik (1812-16); tr. it. Scienza della logica, a cura di V. Verra, Utet, Torino 2010, p. 267.

Il nome di Karl Löwith è spesso associato ai suoi lavori di storia della filosofia e alla sua attività di "scepsi storiografica"  (segue)

         LÖWITH ON LINE

O. Franceschelli - Intervista su Karl Löwith

Karl Löwith - Treccani.it

      NOVITA' IN LIBRERIA

Karl Löwith, Sul senso della storia, a cura di M. Bruni, Mimesis, 2017.

A. Tagliapietra, M. Bruni (a cura di), Le Rovine, ossia meditazione sulle rivoluzioni degli imperi, traduzione di M. Bruni, Mimesis, 2016.

Premio Nazionale Filosofia Frascati - 2016

Società Natura Storia. Studi in onore di Lorenzo Calabi, a cura di A. Civello, Edizioni ETS, 2016.

 

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Aggiornamento 29.07.2018